venerdì, 11 settembre 2009

e dicevo e pensavo "ora fa Frederick...chiuderà con Frederick" e invece ho scoperto che la Patti ha aperto con quella, una delle più belle canzoni rock in assoluto, ed io la devo smettere di arrivare in ritardo ai concerti. vabbè che dire del concerto? niente...perchè non siete venuti a vederlo? prrrrrr.....dispettosa non vi dirò niente.solo che durante il concerto mi sono venute in mente tante cose. a parte il ricordo di me che ascoltavo quella musica e che ballavo e il conseguente pensiero anzi non il pensiero come dire? mi sono resa conto che è da un pezzo, mesi e mesi che non ballo e non va bene no che non va bene(Jovanottando)poi bò c'era una coppia davanti a me che a giudicare dalle meravigliose rughe di lei e dai capelli imbiancati di lui forse c'erano anche trent'anni fa. magari non erano assieme. o magari si. mi piace pensare di si. chissà. io ero insieme ad una persona che conosco da trent'anni. probabilmente fossimo stati a Firenze saremmo stati assieme trent'anni fa a sentire Patti. io non riesco a non dare un peso straordinario alla storia, al tempo, alla durata. è tutto così labile, fugace intorno. Per esempio Zlatan Ibrahimovic dalla Juventus è passato all'Inter e ora mercoledi giocherà contro i suoi ex compagni nerazzuri indossando la maglia del Barca. no no no...che promiscuità. e no  e no. Voglio cose durature. voglio rapporti forti, saldi, voglio cose che non si rompano che non finiscano. Come la Patti.   

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venerdì, 12 giugno 2009
pensare. devo pensare.
o forse è meglio di no.
intanto penso se devo pensare.
o forse dovrei smettere di pensare e fare. si ma cosa?
sembro Moretti quando si chiedeva "mi si nota di più se vengo etc..."
e non è il caldo perchè io non ho caldo.
e non è sindrome premestruale perchè non è tempo.
voglio non pensare a cose importanti, voglio non fare, o fare piccole e innocue cose.
prima ho mangiato un cornetto algida. era tempo che non lo mangiavo. e mangio prima sopra le noccioline sbriciolate e poi dò un morso sotto dove c'è la cioccolata e poi un pò sopra lecco e un pò da sotto lo tiro, aspiro e a volte mi arriva un bel pò di panna tutta insieme che non me l'aspetto. e non leggeteci niente di erotico in tutto questo, l'ho scritto solo perchè ho voglia di cose così per l'appunto, cose semplici da fare e che non richiedono alcuno impegno intellettivo.
stasera andrò a sentire Il generale all'Anconella chi è di Firenze sa di che si tratta ero così giovane e i pensieri gravi erano leggerissimi.
 
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categoria:musica, ricordi, cazzate, io , quelle cose che non si sanno def
martedì, 27 gennaio 2009
Per quelli della mia generazione basta il nome ad evocare un periodo, una musica, dei sogni. In Cile nel 1978 un uomo è ossessionato da Tony Manero, si identifica in lui, attraverso quel personaggio cerca un riscatto dal suo essere niente a costo di tutto. Un Cile triste negli anni di Pinochet, cosa che  il regista ci fa percepire senza calcare troppo la mano ma quanto basta per comunicarci la tristezza e il disgusto per noi che stavamo dall’altra parte del mare e guardavamo Tony Manero ballare. Avevo 14 anni mi piaceva ballare era il periodo delle feste in casa ed io e mio fratello eravamo una bella coppia ci si allenava a casa sulle note di More than a woman e lui mi faceva girare e ci guardavamo e ci sorridevamo con complicità e divertimento io 14 anni lui 16 il Cile era lontano un paese studiato a geografia alle medie niente di più.
Il personaggio del film, Raoul, un uomo di mezza età, cinico di un cinismo  senza compromessi. Nessun sentimento umano traspare da quegli occhi se non la voglia di essere altro la voglia di essere Tony Manero. E la scena in cui lui guarda al cinema per l’ennesima volta il film e ripete le parole del suo eroe a memoria mi ricorda “Nuovo Cinema Paradiso” mi ricorda “Catene” ma nei due precedenti film gli occhi che guardavano il film erano occhi con sguardi umani e ti trasmettevano la passione per il cinema, qui, negli occhi di Raoul vuoto di sentimenti una faccia triste che ti resta dentro che ti fa orrore e pensi a come sia facile perdere la capacità umana di “sentire e vedere umanamente”. A questo punto un buon critico farebbe un elogio dell’attore che riesce a trasmettere questo senso del nulla questa mancanza di morale assoluta, ma io passo oltre non riesco a soffermarmi su questo il film mi ha segnato come un eritema solare probabilmente già domani passerà, ma oggi ho questo senso di vuoto che mi toglie il respiro. Le donne in questo film sono ancora forse più tristi che quella merda di Raoul, gli stanno attorno chissà poi perché visto che è un bastardo un poveraccio e anche impotente gli stanno attorno lo assecondano se lo contendono perché? Per solitudine? Bò…mistero del genere femminile.
Un bel film? Mah! Io non ce la faccio a dire che è un bel film, anche se è un bel film, ma non fa bene rende tristi abbiamo bisogno di tristezza? Ne abbiamo già a sufficienza; non sono per un cinema consolatorio ma che almeno ci trasmetta rabbia…tristezza per favore va via… 
Un ultima cosa, che non c’entra niente con il film. Ho scritto questa cosa anche grazie a Laura e lei sa perché.
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categoria:cinema, ricordi, amici, momenti tristi
lunedì, 01 dicembre 2008
Ieri sera finalmente l’ho visto il filmdocumentario sull’Universale. Chi vive o ha vissuto a Firenze sa di cosa parlo. Cos’era l’Universale?Un cinema… si potrebbe sintetizzare ma sarebbe un sintetizzare senza spiegare. L’Universale era un luogo, era la Firenze che sognava, la Firenze tollerante, la Firenze che accoglieva. Era un cinema dove accadeva qualcosa... qualcuno ha detto così.
La città in cui sono arrivata ventisei anni fa  per sfuggire ad un percorso mi ospitava con il suo freddo e il mio giubbotto leggero non mi impediva di viverla. Di giorno e di notte.
Vita universitaria lezioni esami persone concerti musica locali tutto nuovo tutto da scoprire gelato da vivoli e la bistecca da Sabatini ogni tanto quando te la puoi permettere. Facevi i conti per arrivare a fine mese con quello che i tuoi ti mandavano e risparmiavi sul pranzo e andavi a bere una birra che ancora si poteva fare ogni tanto e c’erano i cinema d’essai e c’era… l’universale…che  The song remain the same dove altro avrei potuto vederlo? E quella volta che con Indiana Jones non riuscivo a smettere di ridere e tutto il cinema rideva con me? E quella volta che andammo a vedere Nove settimane e mezzo che del film non ce ne fregava niente ma sapevamo che i commenti sarebbero stati di quelli che potevi dire io c’ero c’ero anch’io?
L’Universale e la Firenze di allora. Firenze patria e rifugio degli omosessuali città della tolleranza ora cioniana e corrotta e indifferente. Che cosa ti ha cambiato? Che cosa ci ha cambiato? Chi siamo ora noi? Disillusi disimpegnati disumani. Guardiamo il film del nostro passato, mano nella mano per l’emozione, poi le nostre mani si staccano i nostri corpi si allontanano siamo seduti su due comode poltrone del Puccini non sui sgabelli di legno dell’Universale e fuori è freddo e noi abbiamo giubbotti pesanti giusti per il freddo fiorentino non torniamo a casa a piedi abbracciati c’è una macchina che ci aspetta con radio incorporata. Torniamo a casa , una casa riscaldata non come quella stanza di allora dove mettevi l'olio in frigorifero che a lasciarlo fuori si congelava, ancora insieme a casa  e non c’è un letto singolo che ci faceva stare abbracciati c’è un lettone grande dove ognuno può stare solo, ognuno dalla sua parte.  L’Universale era un cinema senza regole, era un cinema dove ci si faceva le canne, era un cinema dove le persone commentavano a voce alta tutto quello che gli passava per la testa, era un cinema in cui si proiettavano film di musica amore politica passione, era un cinema dove tra le file sedevano persone che avevano voglia di musica amore politica passione, era un cinema che proiettava e produceva vita.
E mi viene in mente Guccini…
Perchè a vent' anni è tutto ancora intero, perchè a vent' anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell' età,
oppure allora si era solo noi non c' entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu...
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categoria:cinema, ricordi, momenti tristi, io , momenti belli
mercoledì, 06 febbraio 2008

più di 600 pagine lette all’inizio con molta fatica. poi meglio. le ultime 100 pagine mi hanno riportato ai primi libri letti tipo  Il corsaro nero, a quella lettura che ti porta in altri luoghi e se lì ero in India o in Malesia qui ero in mezzo al verde, ai laghi a cielo. Spesso la mia lettura si interrompeva e pensavo tra le altre cose a chissà come sarebbe piaciuto a Dè Andrè. che assenza Fabrizio De Andrè, proprio manca assai a me e a tanti e a questo cazzo di paese italico chissà che ci avrebbe cantato di questi tempi...

forse non posso dire che mi sia piaciuto molto visto che per la prima parte del libro ho faticato e non riuscivo a trarre piacere dalla lettura, non riuscivo a districarmi tra i vari nomi, i vari personaggi. poi quando Philip Lacroiz si distingue dagli altri, svetta su tutti …comincio ad appassionarmi e lo amo fino alla fine e poi quelle due donne... Molly Brant ed Esther, esempi di donna, fascino mistero forza, che è forza diversa da quella fisica dei guerrieri è forza tratta dalla terra forse dal sangue che  ad ogni luna esce dal nostro corpo e ci dà pensieri lucidi e lucidati.   

Fra un po’ ne inizio un altro e questo momento è sempre esaltante…chissà cosa mi aspetta!


....Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura

sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura

fu un generale di vent'anni occhi turchini e giacca uguale

fu un generale di vent'anni figlio d'un temporale

ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

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categoria:libri, ricordi, momenti tristi
sabato, 26 gennaio 2008

era l'ultimo commento al mio ultimo post.

perchè non scrivo? perchè è stata una settimana intensa di altro. una settimana di parole, discussioni, analisi o tentativi di analisi, di sensazioni da vivere, di cose che ti capitano attorno, di sguardi che non capisci più se sono sinceri, di altri sguardi fiduciosi, di Valpolicella nei calici di una sera ventosa, di pensieri che si spingono l’uno con l’altro nel tentativo di predominare, e sono tanti diversi ed urgenti. ritrovarsi a dire ad un ragazzo che ha paura del futuro e non sa come reagire a questa paura che ti dispiace non sapere come aiutarlo che non c’è il manuale del perfetto genitore che è la prima volta che sei mamma di un quattordicenne in crisi e poi la voglia e il desiderio di tenerlo tra le braccia per trasmettergli tutto l’amore possibile che è l’unica cosa sicuramente vera e giusta…………….e intanto leggi quando puoi qualche pagina di Manituana e quelle pagine ti fanno pensare a ciò che un uomo può fare ad un altro uomo e poi quando Prodi non ottiene la fiducia ti dimentichi che quella sera dovevi andare con il gruppo di balli e tradizioni popolari che quella sera si analizzava il fenomeno del tarantismo che non te lo saresti perso mai ma quella sera Prodi non ottiene la fiducia e anche se lo sapevi che sarebbe successo anche se non lo sopporti da sempre questo governo, ti prende lo scoramento e stai in casa a sentire Santoro che poi però ti distrai e torni a pensare a quel che succede in ufficio, alle tue relazioni, alle scarpe impolverate, a chi  non sa essere se stesso. a chi colpevolizza se stesso, a chi prova a capire, e ti viene in mente una sera “la terapia dell’abbraccio” a quelle persone diverse che per motivi diversi non hanno saputo ricevere o dare un abbraccio. e poi devi esserci comunque per certe cose il quotidiano reclama attenzione i sacchi di mondezza sul balcone li devi portar giù che sei fortunata domani qualcuno passerà a svuotarlo il cassonetto e lo porterà lontano il sudicio così che puoi sentirti bene, e i panni da stirare e il grembiule di tua figlia che sta crescendo e ti commuove sentirla di là in camera sua a cantare le canzoni di Rino, e la spesa da fare, e domani devo ricordarmi di portare Franci dal dermatologo, e poi il giorno dopo riunione in ufficio ma scusate vado a scuola di mia figlia che suona la chitarra per me e che bello entrare per prima nel salone e vedere il suo sorriso di sollievo e gioia che sicuramente temeva che io me ne scordassi, no amore mio non me ne sono scordata sono qui …e poi torno in ufficio e ancora si parla, di criteri giusti da trovare e mi irrito se non capisci e ti sento debole perchè sei debole ma io ancora non so che ci sta il tuo sentirti debole e mi irrito ancora di più e attacco e prendo la mira e bum faccio partire un colpo e la sera c’è una luna piena in cielo che strappa ululati di piacere e il giorno dopo è venerdì e ho voglia di casa, del caffé nella mia tazzina, di tempo per ascoltare Annie Lennox, di due cuscini dietro le spalle e continuare a leggere de il “Grande Diavolo ( ….perchè ti chiamano il Grande Diavolo?...Perchè in guerra gli uomini amano farsi paura. Poi la guerra finisce e la paura rimane) e di Esther che non era più una bambina (“…Doveva ricordarselo: il sangue cambia tutto, c’è un prima e c’è un dopo.”), e arriva anche il venerdi sera e ancora tre persone non si sono stancate di guardarsi negli occhi, e il “bimboni” ci tira fuori belle risate ed è un piacere sentire e vedere una persona che si distende, come un lenzuolo steso al sole, che con il vento e l’aria e i raggi caldi si asciuga e le pieghe si distendono che non c’è nemmeno bisogno di stirarle, che va bene così e i precedenti non provano nulla, se qualcuno c’è stato e ora non c’è più non significa non prova nulla, sul tavolo ancora bicchieri di vino e superbo pecorino e noci e cioccolata, e se mi chiedi cosa fare io ti rispondo “vuoi che ti risponda come amica. come collega, come cittadina, come che?” stronzate! oggi è sabato e fuori c’era un sole dolce, la risposta è provaci, che vuol dire proviamoci, sono con te, e anche Mario ci sarà senz’altro,e porterò i tuoi figli al cinema, ti comprerò il latte quando ti mancherà, ti ascolterò leggere una relazione, abbraccerò tua moglie quando si sentirà stanca,  ti accompagnerò se necessario dove non potrai non esserci, continuerò a criticare ciò che mi sembrerà criticabile, e ti aiuterò ad avere momenti di vino e cazzeggio, ma dobbiamo provarci, tutti, è un nostro dovere, un nostro diritto.   

Prima di questa intensa settimana sono riuscita a vedere Ai confine del paradiso, più che buono e  Cous cous, che merita un 8 pieno.

Quest'ultima cosa l'ho aggiunta perche cosi  posso fare rientrare questo post  in tutti i tags...sono soddisfazioni!!!!

lunedì, 17 dicembre 2007

una fitta dolorosa al petto, non al cuore, più centrale, proprio in mezzo al petto, a scrivere stà roba qui.

- ma perché devo mettermi il maglione a collo alto? mi punge…

- non fare storie è pieno inverno poi ci saranno gli spari andremo sul balcone,
stiamo tranquilli se sei coperta.

 

era iniziata già male quella vigilia di Natale, tra qualche minuto sarebbe arrivato zio Emilio a prenderli, con la sua Opel , li portava a casa sua per festeggiare il Natale. i bambini avevano i vestiti della festa, la nonna si annodò il fazzoletto

al mento e chiuse la porta di casa. Mentre girava le chiavi nella

serratura rivolse un pensiero a sua figlia e recitò svelta una

preghiera a Dio che proteggesse i padroni di quella casa che sarebbe

rimasta chiusa la notte di Natale.

Il tavolo era grande, nel salotto buono, apparecchiato con cura per dieci persone…persone…di quei dieci la metà erano bambini, il più grande dei quali avrà avuto dieci anni, il più piccolo quattro o cinque, tra gli altri Anna, con il maglione a collo alto e i suoi sette anni.

La tradizione al Sud pretende che la cena della vigilia comprenda tredici portate diverse, primo secondi contorni frutta dolci, la serenità e la gioia sono accessori. A quel tavolo le tredici portate c’erano tutte, gli accessori si limitavano al centrotavola e i tovaglioli di stoffa. Anna era una bambina dalla faccia rotonda che quando il compare Mario la incontrava le rubava il sorriso, tra indice e medio le prendeva una porzione di guancia e la tirava verso l’alto dicendo “ah che bella faccia di Pasqua!”

Anna con il maglione a collo alto aveva un gran caldo, nel salotto buono dello zio, aveva mangiato quasi tutto tranne le barbabietole che non le aveva mai assaggiate però era convinta che buone non fossero e le cipolline, un'altra di quelle cose che non manca mai sulle tavole a Natale al sud, sembrava che i grandi ne andassero matti, che già non le piacevano le cipolle figuriamoci le cipollizze.

La vigilia di Natale al sud si mangia tutti insieme in famiglia, le belle famiglie del sud, mamma papà, nonni, figli, cugini, zii. Si mangia poi si spara dal balcone. I bambini hanno quei bastoncini innocui e poco divertenti, che li accendi li fai girare e poi li butti via, i grandi hanno i fuochi d’artificio più seri, quelli che vanno in alto nel cielo, quelli con i botti, quelli che poi ricadono giù a fontana.

Anna era riuscita a non sporcarsi fino a quel momento ma non aveva ancora mangiato il dolce…sua cugina di qualche mese più piccola di lei non si sporcava mai, riusciva anche a giocare in cortile con il vestito buono senza sporcarsi, Anna non riusciva a crederci addirittura sospettava che avesse i vestiti doppi e che magari capitava anche a lei di sporcarsi ma subito andava a cambiarsi e metteva quello pulito e si forse era proprio così perché altrimenti era inspiegabile facevano gli stessi giochi e Anna non solo si sporcava ma si strappava anche i vestiti, si rompeva sempre le calze che al ginocchio era tutto un rammendo e le scarpe poi, sempre con la punta consumata. Gilda invece sua cugina aveva le scarpe di vernice, perfette, lucide!

Ecco qualcuno urla “i fuochi, i fuochi” e si apre il balcone, una mamma fa indossare il cappottino ai bambini che fuori c’è freddo, Anna con il suo maglione a collo alto  và fuori per assistere allo spettacolo di colori,  Anna è un po’ sudata, ha sette anni non pensa che se è accaldata e va fuori con il freddo di quella vigilia di Natale potrebbe ammalarsi, Anna ha sette anni non deve pensare alla salute, quello è un modo di dire dei grandi, le mamme ci pensano a coprire i bambini, le mamme o i papà. Lo sguardo verso l’alto a seguir la traiettoria di un rosso, fa freddo così freddo che le viene da piangere, intanto già intorno a lei si abbracciano scambiandosi gli auguri, Anna con il suo maglione a collo alto tira su con il naso, sta piangendo per il freddo, per il suo bastoncino finito troppo presto, per quel cielo illuminato artificialmente, perché è una bambina con la faccia tonda e compare Mario è odioso, e la sua letterina di Natale  l'aveva dovuta spedire in Germania e se papà non capiva la scrittura?

che succede? Perché piangi? gli spari… forse si è bruciata…. fammi vedere gioia di zio, Anna si nasconde una mano così che tutti pensano che è lì il problema. vieni andiamo a mettere la manina sotto l’acqua fredda. Anna mette la mano sotto l’acqua che scorre e mentre l’acqua scorre le sue lacrime si allegeriscono “hai visto? non è niente, è passato! torniamo di là a vedere i fuochi, vieni che ti metto il cappotto-  ma ho il maglione a collo alto-  mettiamo  il cappotto e lo  lasciamo sbottonato…andiamo a vedere i fuochi che poi quando telefona mamma le raccontiamo, ecco qua, dammi la mano, è passata la bua?” quella si, quell’altra a 2000 km più a Nord ancora no.      

 

 

 

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mercoledì, 07 novembre 2007
Noi che al quarto piano c’erano tutte femmine

Noi che andavamo in saletta studio per fare due chiacchiere e nella saletta antincendio a studiare

Noi che cucinavamo nella stessa stanza dove dormivamo
Noi che il Venerdì c’era il cambio delle lenzuola
Noi che ogni sabato andavamo alla mensa di via de Servi che il sabato però era chiusa
Noi che quando tornavamo dalle vacanze salutavamo gli amici col pecorino e l’acquavite
Noi che dopo pranzo e prima di iniziare a studiare una partita a pinella ci stava sempre bene.
Noi che “che invidia questi di architettura che fanno gli esami di gruppo e passano le nottate a disegnare con la musica di sottofondo”.
Noi che avevamo le lavatrici in comune e se ti scordavi il detersivo col cazzo che lo ritrovavi
Noi che facevamo le feste che finivano a torte (e tartine) in faccia
Noi che quando uno di noi superava l’esame era festa per tutti.
Noi che l’ascensore non arrivava mai e al quarto piano a piedi è troppo lunga
Noi che se facevi l’amore sapevi che quello della stanza accanto sentiva tutto e godevi in silenzio.
Noi che quando scopava Anna Maria ci chiamavamo per sentirla dire “Oh Mio Dio Oh Mio Dio“l .
Noi che era facilissimo fare le tre di notte a chiacchierare e “allora andiamo a comprare i cornetti”  

Noi che d'estate c'era la guerra dei gavettoni 
Noi che leggevamo il Manifesto in sala televisione soprattutto quando c’era il Vestri a fare il turno

Noi che andavamo a Last Exit

Noi che certe volte stavamo fuori da Last Exit

Noi che ci divertivamo

Noi che l'ha detto Controradio

Noi che ci mettevamo la kefia e facevamo parte della commissione immigrati
Noi che giocavamo interminabili partite a Risiko

Noi che il cinema di Wenders e di Bunuel

Noi che però vedere Nove settimane e mezzo all’Universale era troppo divertente

Noi che giocavamo a ping-pong.
Noi che i pantaloni dovevano essere a sigaretta che certe volte faticavi a toglierli

Noi che il martedì alle Cascine
Noi che eravamo Dark.
Noi che ridevamo un sacco
Noi che non avevamo il cellulare che si andava in cabina a telefonare e che c’è stato il periodo del ferretto che telefonavi ogni giorno a casa che quasi tua madre si preoccupava.
Noi che qualcuno ci aveva insegnato a sviluppare le foto in bianco e nero.
Noi che andavamo alla Marucelliana e alla Nazionale

Noi che ballavamo con la musica dei Cure e dei Talking Heads
Noi che alla mensa di San Gallo c’era chi andava sempre a sinistra e chi sempre a destra
Noi che nelle sere d’estate ci fermavamo alle panchine di Piazza Indipendenza
Noi che a Natale andavamo tutti a casa

Noi che prima di entrare al CPA ti accendevi la sigaretta

Noi che Roberto Baggio non è un miraggio

Noi che conosciamo le sorelle i fratelli i nipoti le zie Marie senza averli mai conosciuti
Noi che a un certo punto abbiamo avuto la singola

Noi che se avevi la singola la prestavi a chi non aveva un posto per fare l'amore

Noi che a un certo punto siamo stati sfrattati e siamo andati in appartamento.
Noi che alla fine ci siamo laureati quasi tutti

Noi che chi è partito, chi è tornato a casa, chi è rimasto

Noi che ci telefoniamo ai compleanni e ci pensiamo guardando la luna piena

Noi che ora non ci vergogniamo delle nostre debolezze e guardiamo Incantesimo

Noi che riusciamo a fare il vocabolario gallicchiese-italiano e anche se la voce ci trema quando diciamo “abbacchiat”

Noi che siamo rimasti e che Mi casa es tu casa non è una frase fatta

Noi che ci siamo innamorati ma cazzo se mi scompiglia di nuovo il ciuffo lo lascio

Noi che passiamo un’ora a raccontarci tutte le volte che abbiamo vomitato con dovizia di particolari e con la stessa passione dissertiamo sulla saudade

Noi che abbiamo ancora voglia di stare insieme

Noi che ci facciamo domande su come siamo cambiati

Noi che siamo cambiati

noi che siamo sempre uguali

noi ognuno un pezzo di storia per l’altro

 

 

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categoria:ricordi, amici
martedì, 06 novembre 2007

Venerdì sera vado a letto pensando a quello che mi avevano detto in ospedale, se non fosse nato prima lunedì si sarebbe indotto il parto.

I dolori mi svegliano non c’è ancora il sole sono le cinque, resto ancora un po’ a letto.

verso le 7,30 mi alzo preparo la vasca per farmi un bagno, l’avevo letto nei diecimila manuali sul parto che il bagno rilassa, sulla teoria non mi si trovava impreparata e quel mattino di sabato 6 novembre 1993 si passava alla pratica.

il bagno seguito da una leggera colazione e poi, ricordo ancora dopo 14 anni, un maglione verde di cotone pesante, era Novembre ma c’era un pallido sole e la temperatura era mite,la valigia già fatta da quindici giorni ma non perché io sia stata previdente ma soltanto perché secondo i calcoli Francesco doveva nascere il 18 di Ottobre ma non aveva avuto voglia di lasciare quel mio pancione cresciuto a dismisura per farlo stare a suo agio ed evidentemente ci stava proprio bene, e così vestita di verde con contrazioni che mi toglievano il respiro ma che erano niente in confronto a quello che mi aspettava verso le 11,00 entrai in ospedale. Francesco nacque esattamente 12 ore dopo; fino alle tre del pomeriggio mantenni la calma e sopportai i dolori ma dopo…dopo …i dolori erano terribili, io volevo l’epidurale, urlavo, i dottori non mi sopportavano, ebbi l’epidurale, mi vennero i sensi di colpa, sprofondai nel baratro della depressione un grande senso di inadeguatezza mi pervase mi sentivo una madre(ancora doveva nascere!) degenere perché non facevo nascere mio figlio naturalmente, mi sentivo una donna fragile perché non sopportavo il dolore, ma poi in realtà l’epidurale doveva servire soltanto a farmi riprendere fiato infatti i dolori ricominciarono e quel tempo che io avrei dovuto passare a riposare l’avevo passato a piangermi addosso e a dilaniarmi sul mio essere imperfetta ed ecco  il tormenti ricominciava con una intensità allucinante. La teoria del respiro che avevo appreso sui libri e durante il corso preparto rimase solo teoria il dolore  mi travolse io non avevo più la forza di sostenerlo…a un certo punto cominciai a sentire parlare di cesareo cazzo dopo tutto quel patire anche il cesareo …ci fu per fortuna il cambio del medico sentii il dottore che diceva “proviamo ancora un po” e lì ritrovai un barlume di lucidità spinsi spinsi la testa si vedeva ma non riusciva a venir fuori io mi sentivo in agonia avevo vomitato ero sporca ero stanca ero triste mi sentivo sola... a quel punto qualsiasi cosa purchè finisse quel tormento … una donna si appoggiò con tutta la sua forza sulla mia pancia qualcuno lì in fondo usò il forcipe io spinsi forte urlai e sentii lo strappo devastante lui venne fuori mi abbandonò per poter nascere per poter piangere per poter respirare non più attraverso me. Lo strappo fu violento e liberatorio poggiai la testa esausta Francesco era nato io ero rimasta vuota.

Dopo averlo lavato e rivestito qualcuno lo adagiò accanto a me ma io ero esausta e risentita verso quell’esserino scuro e raggrinzito avevo soltanto voglia di silenzio di dormire di essere lasciata in pace, non sentivo l'istinto materno anzi ero veramente incazzata.

Soltanto il giorno dopo qualcuno lo mise tra le mie braccia, era piccolo brutto sembrava un ranocchietto si attaccò al mio seno... eravamo stati separati e ora era li a succhiarmi il capezzolo e faceva un male cane ancora dolore ma questa volta lo sopportai strinsi i denti lui aveva bisogno di me ed io di lui e cominciò una meravigliosa storia tra noi due.  

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martedì, 11 settembre 2007

Birdland dei Weather Report è una canzone capace di rallegrarmi anche nei momenti peggiori. L’ho scoperta che avevo nemmeno 14 anni, la trasmetteva tutte le mattine una radio libera e io praticamente mi svegliai con questa musica nelle orecchie per mesi.

A quei tempi stavo con un ragazzo che abitava in un palazzo di fronte casa mia ed io appena alzata andavo alla finestra… se c’erano le persiane sollevate significava che era sveglio e se si svegliava presto era per fare un pezzo di strada con me verso scuola (lui frequentava un'altra scuola che era molto vicino casa ... sacrificava una mezz’oretta di sonno per me!). E allora potete immaginare le mattine di primavera a Cosenza quando c’era un cielo azzurro che sembrava affrescato da Michelangelo, l’aria frizzantina e leggera, io adolescente in amore e Birdland…cominciare la giornata così era fantastico.  

 

Joe Zawinul (fondatore dei Weather Report) è morto oggi e per tutta la gioia che mi ha trasmesso gli dedico un sorriso azzurro azzurro.
 

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categoria:musica, ricordi