Ho letto questo libro perché Angela, un amica sarda, che vive in Sardegna, in Barbagia, mi ha chiesto di leggerlo per sapere che ne penso. io ho obbedito e ho letto, con fatica, una fatica dovuta alla frenesia di arrivare alla fine per parlarne con lei per sapere che ne pensano i sardi, una fatica dovuta soprattutto a sa limba o meglio su limbazzu necessari a far di questo libro il libro che è ma anche un gran limite per i “continentali”che leggono … leggendo ti dispiace di non poter capire quella antica limba e dunque di non poter cogliere appieno il bello il tragico il sanguigno che scorre in queste pagine, ti dispiace di non avere la stessa identità di Mintonia di Micheddu che si amano e che si fanno amare ma ancora di più si fa amare la terra che calpestano quei piedi spesso scalzi, quella terra arsa con i suoi fiumi che diventano all’improvviso assassini quella terra dalle cui viscere viene il senso di dignità di onore di decoro che contraddistingue gli uomini e le donne sarde, quella stessa terra che genera un senso di singolare giustizia, generando spesso un’ epidemia di disamistade.
è un libro sull’amore, su una donna che ama, che ama un uomo e ama sa cultura ma nonostante abbia imparato a leggere a scrivere non riesce ad essere diversa non è mutata nella sua sete di vendetta nei confronti di chi le ha ammazzato il marito di chi le ha portato via l’uomo che l’ha portata al mare per la prima volta l’uomo che le ha dato un figlio.
ma è soprattutto un libro su una terra, protagonista è la Barbagia con la sua cultura con la sua cultura di sempre con la sua tragicità di sempre e con i suoi profumi con il controllo sociale (del quale Angela mi parlava e che non capivo).
Ho letto con una matita in mano per sottolineare, ho letto attentamente, ma non ho sottolineato molto, ho sottolineato questo: “Il nuovo ha sempre lottato alla strumpa col vecchio e ha sempre perso. La modernità è considerata una malattia, una pustola da svuotare subito con la spina santa”. Le ultime pagine non le scorderò facilmente, Mintonia in quelle pagine per mezzo del suo corpo attira chi deve pagare, sacrifica il suo corpo permette a quell’uomo che odia con tutta se stessa di penetrarla e di godere di lei per poi affondargli il coltello nella gola e poi “alla macconazza dappertutto. Tzùn, tzùn, tzùn. Due, tre, quattro, cinque, sei…Tante volte affondai la lama, una per ogni anno tolto a Micheddu”.
Questa è la stessa Barbagia che ho sentito nei passi dei Mamuthones, che ho visto nei volti di pece nere di Ovodda, nell’odore di polvere da sparo che si spargeva nell’aria ad Oliena la domenica di Pasqua,ma la Barbagia che conosco io è anche un'altra è quella di persone orgogliose della loro storia della loro identità ma che non vogliono esserne schiavi che guardano al futuro, una Barbagia che non è ferocia e vendetta.
io conosco “anime salve” figli di una donna che porta il fazzoletto nero in testa, che ha la pelle bianca e liscia, gli occhi dolci e un sorriso che a volte, in seguito alla battuta di un nipote che sfugge tra le pieghe della sua lunga gonna, un sorriso che diventa timida risata, nascosta dalle mani, un gesto elegante, un gesto antico, un gesto di chi nella vedovanza si è negata la gioia di ridere, un gesto di una donna custode di una storia.
io conosco occhi di donna sarda, giovane madre di due bambini, fiera, triste ma non rassegnata, io conosco occhi di donne che hanno studiato in continente e tornano nella loro terra con un altro sguardo, tutto mischiato, il passato remoto l’infanzia l’adolescenza gli insegnamenti antichi con il nuovo il vissuto in continente, e l’equilibrio del nuovo e dell’antico si traduce in donne delle quali
Grazia Deledda sarebbe stata fiera.
Che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa
a misura di braccio
a distanza di offesa
che alla pace si pensa
che la pace si sfiora
due famiglie disarmate di sangue
si schierano a resa
e per tutti il dolore degli altri
è dolore a metà
si accontenta di cause leggere
la guerra del cuore
il lamento di un cane abbattuto
da un'ombra di passo
si soddisfa di brevi agonie
sulla strada di casa
uno scoppio di sangue
un'assenza apparecchiata per cena
e a ogni sparo all'intorno
si domanda fortuna
che ci fanno queste figlie
a ricamare a cucire
queste macchie di lutto
rinunciate all'amore
fra di loro si nasconde
una speranza smarrita
che il nemico la vuole
che la vuol restituita
e una fretta di mani sorprese
a toccare le mani
che dev'esserci un modo di vivere
senza dolore
una corsa degli occhi negli occhi
a scoprire che invece
è soltanto un riposo del vento
un odiare a metà
e alla parte che manca
si dedica l'autorità
che la disamistade
si oppone alla nostra sventura
questa corsa del tempo
a sparigliare destini e fortuna
che fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa - Disamistade da Anime salve - Fabrizio De Andrè